Progetto Plantoid: (come) il robot diventa una pianta

robot pianta

Un robot-pianta in grado di acquisire le strategie utilizzate dalla vegetazione per sopravvivere, sfruttando al meglio le risorse per essere ancora più efficiente. Stanchi di veder trasmettere comportamenti e competenze umane in “esseri” dotati di chip, cavi e custodie in plastica o alluminio, diversi scienziati hanno proposto l'idea di osservare la natura con l'obiettivo di trasferire nei robot le qualità di altri esseri viventi. Dal robot in grado di imitare i cinguettii degli uccelli, ricaricando le proprie batterie nei nidi in cima agli alberi, perché non giungere a programmare macchine in grado di imparare a vivere come le piante? Quest'ultimo è lo scopo dei ricercatori del Progetto Plantoid.

Ogni volta che si parla di robot la prima immagine che viene in mente è quella di un dispositivo elettronico con le stesse capacità degli esseri umani. Dotato di elementi che fungono da mani, altri che sostituiscono gli occhi e, di solito, con la capacità di muoversi e svolgere attività che ognuno di noi compie e che si vorrebbe delegare per risparmiare tempo. Forse, è a causa di quel che molti film ci raccontano che il prototipo di queste macchine è entrata prepotentemente nell'immaginario collettivo.

Il progetto, che si avvale del sostegno dell'Unione europea, cerca di recepire i diversi aspetti biologici delle piante per applicarli al miglioramento dello sviluppo di questi robot. In special modo, al funzionamento delle radici. La loro crescita adattiva, la capacità di penetrare il terreno in qualsiasi direzione e di ottimizzare il consumo di energia sono alcuni aspetti sui quali si sono concentrati gli scienziati.

Non è la prima volta che la tecnologia intende sfruttare i processi naturali delle piante. Nei progetti precedenti, infatti, ci si era rivolti allo studio del meccanismo della fotosintesi attraverso mezzi tecnologici, come l'inserimento di tubi sottili di carbonio nelle foglie per rendere questo processo più efficace.

Project Plantoid, invece, ha posto l'accento sul ruolo e il meccanismo delle radici. Relativamente ad esse, questo progetto ha due obiettivi. In primo luogo, trasferire la gestione dei progressi tecnologici nella capacità di ottenere radici in grado di esplorare e adattarsi efficacemente all'ambiente sotterraneo. In secondo luogo, studiare gli aspetti più sconosciuti delle radici, la capacità di condividere le informazioni sensoriali e prendere decisioni collettive tra le varie parti che le compongono.

progetto plantoid

Per far ciò, i ricercatori hanno creato un dispositivo composto da una rete di braccia meccaniche che possa penetrare la superficie della terra, guidata da sensori incorporati. L'aspetto sorprendente è che, in tal modo, potranno rilevare le caratteristiche dell'habitat e coordinare l'insieme. Quindi, seguendo l'esempio del regno vegetale, ogni radice ricavata sarà collegata al tronco del robot mediante sensori e centraline.

Tra gli obiettivi del Progetto Plantoid, anche quello di dotare queste macchine delle risorse necessarie per renderle pienamente autonome, anche per ricaricare le batterie. Sia attraverso l'utilizzo di pannelli solari posti sulle “foglie” sia con la conversione del vento in energia elettrica, i ricercatori intendono imitare al meglio lo stile di vita di una pianta. Tanto che si mira anche a convertire i nutrienti che le radici trovano sottoterra in un altro alimentatore. Per raggiungere questo scopo, i sensori che guidano la radice saranno predisposti alla rilevazione di sostanze chimiche e programmati per misurare l'umidità, l'acidità del suolo, la temperatura e la gravità, in modo che possano individuare i punti del sottosuolo dove è presente una maggiore concentrazione di nutrienti.

Ovviamente, già si pensa alle possibili traduzioni di questa tecnologia nella nostra vita quotidiana. E, oltre allo studio dell'ambiente, alcuni sostengono che lo sviluppo di tali radici robotiche potrebbe avere applicazioni in settori come la medicina, ad esempio per le endoscopie. Grazie alla loro flessibilità e alla capacità di ridurre l'attrito con le pareti che opprimono, queste “piante” potrebbero crescere o penetrare all'interno del corpo umano più facilmente. Altri sostengono che, approfittando della loro grande capacità di ancoraggio, le robot-piante potrebbero servire anche per la ricerca spaziale.

Il tempo avrà l'ultima parola, dunque. Mentre noi dovremmo impegnarci a cambiare la concezione che abbiamo dei robot e ammettere, ancora una volta, che grazie ad essi (quasi) nulla è impossibile.

Federica Vitale

Image Credit: plantoidproject

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