L'IBM bacchettata dall'Antitrust: sleale verso la competitività sul mercato

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L’IBM è accusata di pratiche scorrette verso la competitività sul mercato: questa la motivazione complessiva oggetto dell’intervento dell’Antitrust contro la nota compagnia informatica, a cui ha fatto appello la T3, piccolo produttore di pezzi per i computer IBM compatibili, con sede in Florida (Usa).  

L’IBM ha vincolato illegalmente dei suoi prodotti hardware al suo sistema operativo - si legge nel comunicato ufficiale della Commissione - I reclami sostengono che questo vincolo allontana dal mercato eventuali altri fornitori che potrebbero rendere in grado gli utenti di far funzionare importanti applicazioni su un hardware non IBM”. Non solo: la società è anche accusata di aver danneggiato la concorrenza e la competizione sul mercato negando patent per il suo sistema operativo e altre forme di proprietà intellettuale. 

Dal 2006 non riusciamo più a vendere nessuno dei nostri hardware, perché nessuno comprerebbe l’hardware senza il software - denuncia Steven Friedman, presidente della T3 - L’IBM ha lasciato l’industria con un unico produttore di pezzi di pc, impedendo la concorrenza”. 

Il ‘patent’ (in italiano ‘brevetto’) è una forma di protezione della proprietà intellettuale per la quale solo l’inventore o chi ha comprato la proprietà intellettuale (con una percentuale, chiamata Royalty, destinata al vero ideatore del prodotto) potrà produrre quell’invenzione, il cui progetto resta segreto.

È un’importante forma di incoraggiamento al mercato perché consente, ad esempio, ad un’azienda di investire in qualcosa di nuovo con la consapevolezza che, almeno per un certo numero di anni (dai 10 ai 20 in base al tipo di brevetto e di prodotto) ne avrà, di fatto, il monopolio sul mercato. 

Per i casi in cui la compagnia che ha il brevetto è già leader sul mercato, però, la maggior parte dei paesi hanno le leggi sull’Antitrust, che richiedono alle aziende di non abusare del monopolio economico, ad esempio alzando arbitrariamente e in modo esorbitante i prezzi, oppure rifiutandosi senza una buona ragione di fornire i clienti. 

D’altronde l’IBM è fiduciosa di non aver violato la legge e cercherà di difendere la sua proprietà intellettuale in modo deciso. In un comunicato ufficiale, infatti, sostiene che "non c’è violazione della legge nel tentativo di proteggere i giusti diritti di proprietà intellettuale", per la quale, continua, "si è speso molto tempo e denaro".

Roberta De Carolis

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