Vista: nuove speranze grazie ad un occhio bionico fotovoltaico

vista fotovoltaico

Tornare a vedere grazie ad un occhio bionico "fotovoltaico". Grazie ad una ricerca della Stanford University, testata dal 2002, sono state messe a punto delle protesi oculari sotto forma di occhiali video, in grado di funzionare grazie alla luce.

Frutto del lavoro del team di studio coordinato da James Loudin, questi impianti retinici autoalimentati dal fotovoltaico sono stati provati su alcuni ratti. Si tratta di speciali occhiali che contengono una microcamera e che trasmettono le immagini ad un computer senza fili grande quanto un cellulare posto nella tasca di chi li indossa. Il computer elabora l'informazione e la trasmette a sua volta ad un piccolo ricevitore elettronico impiantato nella retina, in modo che gli elettrodi siano in contatto diretto con le cellule gangliari. Ognuno dei 16 dei dispositivi degli elettrodi è in grado di stimolare da 20 a 30 cellule.

Non appena il segnale viene ricevuto dal chip, l'informazione digitale viene trasformata in impulsi elettrici inviati alle cellule gangliari. A questo punto, il cervello elabora l'immagine che è giunta attraverso il nervo ottico alla corteccia visiva, ossia l'area del cervello in cui forma l'immagine stessa, nella parte posteriore.

L'intero processo avviene molto rapidamente, e i pazienti hanno la sensazione di riuscire a vedere ciò che li circonda in tempo reale. Tale fatto non è da sottovalutare, visto che un eventuale ritardo nel passaggio dell'informazione che reca l'immagine potrebbe stimolare il cosiddetto riflesso vestibolo-oculare, e generare nel paziente vertigini e nausea.

"Speravamo che grazie al dispositivo avremmo ottenuto almeno il 'senso' di luce e buio, ma è davvero incredibile quello che è possibile vedere e come il cervello sia in grado di colmare le lacune" ha detto a Newscientist Mark Humayun, che ha sviluppato il dispositivo insieme ai colleghi del Doheny Eye Institute presso la University of Southern California, negli Stati Uniti.

Lo studio è stato pubblicato su Nature Photonics.

Francesca Mancuso

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