Malaria: per sconfiggerla una zanzara ogm

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Le zanzare uccidono ogni anno milioni di persone nel mondo (la malaria, la dengue e la febbre gialla solo per citare le malattie più gravi da loro trasmesse) e negli ultimi decenni stanno diventando resistenti agli insetticidi, alcuni dei quali, come il DDT, sono stati comunque messi al bando perché troppo pericolosi a livello ambientale: per questo la ricerca si sta spostando verso una soluzione genetica. Ma non è tutto oro quello che luccica e i rischi sono parecchi. Vediamo perché.

L’obiettivo delle tecniche genetiche è di uccidere gli insetti o di renderli innocui, alterando in modo opportuno il loro patrimonio genetico. Sperimentalmente si trasferisce un gene specifico inserendolo attraverso un vettore (spesso un virus) nel Dna dell’organismo animale o vegetale che si intende modificare, che da quel momento assume la caratteristica indotta dal gene esterno. In questo modo si possono ottenere ibridi con proprietà alterate rispetto all’originale, con il vantaggio che tali modifiche sono trasmissibili alla progenie.

Nel caso particolare, le zanzare sono state oggetto di diverse sperimentazioni in questo senso, con lo scopo ultimo di creare artificialmente delle specie innocue o portatrici di geni non compatibili con la vita a lungo termine, ma che al tempo stesso avessero la probabilità di riprodursi in modo efficace. Il maggior numero di tentativi sono stati compiuti sulla zanzara anofele, causa della malaria, che ancora oggi colpisce 250 milioni di persone all’anno.

Una famosa zanzara geneticamente modificata è quella ottenuta nei laboratori dell’Università dell’Arizona (Tucson, Arizona, Usa), dove i ricercatori hanno potenziato sensibilmente il sistema immunitario dell’insetto, rendendolo in grado di distruggere tutti i plasmodi causa della grave malattia e quindi impendendone di fatto la trasmissione all’uomo con le punture. Le analisi hanno dimostrato che l’intestino di questi organismi geneticamente modificati era completamente privo dei microrganismi infettanti.

Con un meccanismo simile, un gruppo di ricerca della Johns Hopkins University (Baltimore, Maryland, Usa) ha dato vita ad una zanzara anofele resistente alla malaria perché in possesso di un gene attivo da cui si origina una proteina che blocca l’infezione, mentre la compagnia inglese Oxitec ha ingegnerizzato l’anofele ottenendo una specie che non può sopravvivere senza regolari dosi di tetraciclina. In questo secondo caso, la zanzara ha appena il tempo di accoppiarsi e riprodursi, trasmettendo il gene, prima di morire. In un esperimento condotto dall’azienda si è dimostrato che l’insetto geneticamente modificato è in grado di decimare la sua popolazione fino all’80 per cento in appena sei mesi.

Ma che cosa succede, ad esempio, se la zanzara tetraciclina-dipendente muta e la progenie non solo sopravvive ma trasmette anche la resistenza alla tetraciclina, un potente antibiotico, all’uomo? Il trasferimento di tratti di Dna da insetti che pungono all’uomo è un meccanismo noto e molto frequente e non è da escludere che possa succedere anche in un caso come questo. In generale comunque non possiamo sapere come questi organismi si potrebbero adattare all’ambiente che li circonda. Potrebbero anche svilupparsi nuove malattie, potenzialmente più gravi di quelle che si cerca di sconfiggere.

A fronte di tutti questi rischi, la ricerca sta affrontando il problema anche da altri punti di vista, tra i quali il più promettente sembra quello di colpire le larve degli insetti invece che gli insetti adulti. Questo approccio dovrebbe infatti avere minore impatto sull’ecosistema.

Roberta De Carolis

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