I raggi X rivelano i papiri di Ercolano

papiro vesuvio

Alcuni papiri carbonizzati dall'eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei sono stati letti per la prima volta grazie alla tecnologia X-ray. La storia, in questo modo, si è aperta agli occhi degli scienziati, che hanno avuto modo di decifrare le antiche pergamene, rimaste avvolte su loro stesse duemila anni fa.

Per il momento, gli scienziati sono stati in grado di decifrare solo alcune lettere. I rotoli sono stati recuperati dalle rovine dell'antica città romana di Ercolano, nei pressi di Pompei, e conservati in una grande villa che si ritiene fosse di proprietà della famiglia di Giulio Cesare.

I papiri, dunque, sono “sopravvissuti” alla famosa eruzione, seppur in condizioni decisamente difficili per essere studiati, dal momento che ogni tentativo di srotolarli li distruggerebbe. Tuttavia, grazie alla nuova tecnologia di imaging, gli scienziati hanno avuto la possibilità di decifrare le prime righe delle due pergamene. I raggi X, infatti, sono così potenti che i ricercatori hanno analizzato la scrittura per determinare l'autore di uno dei rotoli. Dai primi accertamenti, pare che questa riconduca al filosofo epicureo Filodemo.

vesuvio pergamena

Ad ogni modo, entrambi i reperti sono solo una piccola parte di quel che si ipotizza possa essere ancora custodito nella villa. E la possibilità fornita da questa scoperta potrebbe portare alla decifrazione di molti altri testi a lungo ritenuti persi, relativi ai filosofi più famosi di Roma e della Grecia antica. "Questo studio, senza compromettere l'integrità fisica del rotolo, non solo ha rilevato tracce di inchiostro al suo interno, ma ha anche permesso di identificare con una certa sicurezza lo stile di scrittura utilizzato nel testo, insieme al suo autore", spiegano i ricercatori. "Lo studio confermerebbe che molte opere filosofiche fanno parte della biblioteca della 'Villa dei Papiri', il cui contenuto finora è rimasto sconosciuto; in futuro, si potrebbe decifrarli senza danneggiare il papiro in alcun modo".

I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Nature.

Federica Vitale

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